Sabato 14 marzo, in una gremitissima Sala Docens in Piazza Roma, la professoressa Vera Araujo – sociologa brasiliana, che, fra le prime, ha studiato il carisma dell’Unità da un punto di vista scientifico e che coordina un gruppo internazionale di accademici e non che hanno come sfida la declinazione culturale del carisma di Chiara Lubich, ha affascinato tutti descrivendo come “L’amore vince la povertà”, convegno/ intervista organizzata dalla Comunità del Movimento dei Focolari presente ad Ascoli Piceno, dall’Associazione “Amolamiacittà” e dall’Associazione “B&F Foundation.”
Professoressa Araujo, nel dopoguerra Chiara ha cercato di risolvere il problema sociale della città di Trento, dove c’erano persone costrette a vivere in grandi ristrettezze economiche proponendo una sorta di inedita “comunione dei beni” come possibile soluzione. Ci puoi spiegare cosa significa? Si tratta di vendere o donare i propri beni ? Chi aderiva a questa proposta come viveva questo aspetto? Era in qualche modo costretto e forzato ?
Nella complessità in cui vi
viamo una persona sola e neanche un gruppo di persone può dare un’indicazione. Io penso che l’avventura umana, spirituale di Chiara sia come un paradigma a cui possiamo attingere per la nostra vita di oggi, di 50 anni dopo quei fatti. E questo non tanto perché quello che Chiara ha fatto o fatto fare è un modello ma perché è un carisma, un dono di Dio all’umanità, un dono di Luce e la luce serve per comprendere la realtà in ogni tempo. Ma quello che si capisce bisogna metterlo in pratica. Tutta la vicenda umana ha queste due dimensioni: di comprensione e di incarnazione. Quindi Chiara ha avuto un carisma da Dio per comprendere e penetrare le sfide della nostra epoca moderna. Risolvere il problema sociale di Trento poteva sembrare un’utopia: ma nasceva dalla riscoperta di Dio come Amore che dà a noi la capacità di amare tutti come Dio ama tutti. Questa riscoperta ha fatto nascere una mentalità nuova, una visione nuova dei problemi. E quali erano i problemi? Il problema era la guerra che metteva le persone nella condizione di bisogno e quindi si è buttata in questa attività che non era un’attività ma era un incarnarsi quello che avevano compreso: per amare Dio occorre amare i prossimi e i prossimi sono questi bisognosi. Chiara ha suscitato nella città di Trento un movimento di condivisione: tanti hanno cominciato a fare la comunione dei beni, liberamente per fraternità e queste persone,in mezzo alla guerra, erano piene di gioia, la gioia di donare e donarsi. La concretezza del progetto ha creato una comunità di intenti, di obiettivi dove il bene comune era più importante degli interessi personali di ognuno. Questa è la vera rivoluzione che Chiara ha suscitato.
Come è stato possibile armonizzare una comunità composta da persone di diverse estrazioni sociali ?
La diversità siamo portati a vederla come un problema. Se guardassimo da un’altra prospettiva vedremmo che la diversità è una ricchezza perché è la possibilità di scambi. Se fossimo tutti uguali lo scambio non ci sarebbe. Come fare perché questo non sia conflitto ma concordia? Quando c’è sotto, a questa diversità, qualcosa che ci unisce che è più forte di ogni diversità. Nel mondo di oggi in cui vengono così in evidenza le diversità etniche, religiose etc e abbiamo tutti paura di quello che può scaturire in termini di conflitti si deve andare a scoprire quello che ci unisce. Il punto universale è la nostra condizione umana. Siamo tutti esseri umani. E questo è il punto di partenza. Occorre far emergere l’amore che è la cosa che ci accomuna tutti. Tutti sanno amare o non sanno amare ma vogliono amare, o comunque vogliono essere amati. L’amore è la cosa che ci dà la possibilità di mettere insieme le nostre diversità e superare le nostre difficoltà.
Nel 2016 un recente studio dice che l’1% della popolazione mondiale possiederà più del 50% della ricchezza. Come poter cambiare questo trend ?
Le crisi possono essere anche qualcosa di positivo: i momenti di crisi sono momenti di scelte, di impegno. Noi viviamo una crisi complessa e non sarà l’azione di un singolo a cambiare questa crisi. E’ un momento di maturazione. La modernità è entrata in crisi: non riesce più a rispondere alle attese, all’ansia. E’ un momento di presa di coscienza da fare non da soli ma insieme. E tutti sono portati a mettersi insieme: le Ong, le Associazioni (..) tutto quello che può la creatività e da questo che può nascere quei segni che matureranno. Non sappiamo quando ma dipende anche da come si risolvono. Normalmente le crisi si risolvono in due modi: o come un’evoluzione in qualcosa di meglio o con una rottura, quando ci sono le rivoluzioni. Tocca alla società, alle persone, alle Istituzioni maturare delle scelte positive, nuove, creative per far si che la crisi sia superata come evoluzione. A questo siamo chiamati oggi ed è una grande responsabilità.
Quando ci toccano problemi di natura economica e lavorativa siamo spesso portati ad attribuire le responsabilità agli altri (Istituzioni, alla società). Noi nel nostro piccolo non possiamo trovare delle soluzioni ? Il nostro contributo, anche se piccolo, non può essere risolutivo ?
Risolutivo non direi. Importante si. Sono i singoli atti, le singole scelte che fanno si che la società si metta in cammino. Non è stare seduti sulla sedia a pensare di chi è la colpa ma pensare che da questa situazione usciamo solo se ci muoviamo.
Qual è il compito del volontariato e quello delle Istituzioni nell’intervenire sulla fragilità della società? Quale può essere il giusto rapporto?
Questa spaccatura che si è creata cammin facendo fra la società civile e le Istituzioni è un problema importante. Dobbiamo riuscire a superare la spaccatura fra la società civile come regno della prossimità e delle Istituzioni come norma. Tutto il lavoro della società civile deve coinvolgere le Istituzioni e istigarle ad essere presenti. Dall’altra parte le Istituzioni devono lasciarsi coinvolgere ed andare al di là della norma. Non deve essere la norma ad intralciare la nostra vita ma deve aiutarla. Le Istituzioni devono lasciarsi anche toccare dalla sofferenza della gente e lo fa attraverso la società civile. Se io dico che l’amore deve essere la molla della società civile e quella delle Istituzioni è quella di dare a ciascuno il suo e queste due cose di incontrano qui c’è una potenza formidabile. Riusciremmo a trovare soluzioni ardite, innovative a tutte le fragilità che ci sono nella società.
Nelle nostre città operano a favore delle “povertà” tante associazioni o organizzazioni di volontariato sia nazionali che locali. Ognuna segue il suo percorso, il suo specifico, spesso senza nessun coordinamento per cui si creano sovrapposizioni, nicchie di competenze, piccole gelosie tutto a scapito dei destinatari di tante energie: i poveri. A parole tutti vorrebbero mettersi in rete ma a fatti non è semplice …… ci puoi dare la chiave di lettura, sotto il profilo sociologico, di questa situazione?
La prossimità con i poveri, non con la povertà, ma con le persone ci dà la possibilità di andare veramente al di là di noi stessi. Il problema è passare dall’egoismo al donarsi all’altro, guardare il volto dell’altro e capire chi è. Se riuscissimo a contaminarci di questa prospettiva allora le piccole cose di gelosie verrebbero superate più facilmente. Si superano quando l’intento, l’obiettivo è più grande. La grande chance è che nella società civile c’è la possibilità della prossimità. Le cose cambiano quando guardiamo negli occhi una persona. Una cosa è sapere che c’è un povero un conto è mettersi faccia a faccia. E tutte le difficoltà, le gelosie vengono superate.
Siamo abituati a considerare il concetto di povertà quasi esclusivamente dal punto di vista economico. La crisi forse ha accentuato questa tendenza. In realtà percepiamo che l’idea di povertà possa essere molto più ampia investendo vari settori della società (le persone sole, le persone abbandonate, tutti quelli che soffrono di una povertà di relazioni). Da questo punto di vista il concetto di povertà sembra strettamente connesso al concetto di amore, cosa pensi al riguardo ?
Dobbiamo smettere di parlare di povertà e parlare dei poveri. Uno dei grandi successi della modernità è il fatto che tutte le persone hanno acquisito la loro dignità e se qualcuno non lo fa viene guardato male dalla comunità internazionale. Questo è un successo della civiltà. Nella realtà sono emersi nuovi poveri: immigrati, emarginati, quelli che non hanno la possibilità di entrare nella vita politica e sociale, gli esclusi, gli sfruttati, coloro che vivono senza possibilità di relazioni. Il Papa nel messaggio della Pace ha parlato degli schiavi: le nuove schiavitù, gli sfruttati dalla malavita organizzata, dai potenti ma anche dall’indifferenza della cittadinanza. Per cui i poveri sono economici, sociali, giuridici (senza diritti). Inoltre sono poveri psicologicamente. Questo richiede una visione più ampia della povertà. E’ qualcosa che ci impegna molto di più. La risposta radicale è la povertà come scelta volontaria. Cosa vuol dire? La povertà è una potenza. Ma la povertà non è la mancanza ma è l’uso giusto, equo, di tutti i beni. Scelta di una vita più sobria e quindi più sostenibile. Occorre rendersi conto che la grande sfida della società industriale che era quella di dare i beni a tutto il mondo è una grandissima illusione. Se voi pensate che se tutti avessero lo stesso tenore di vita che c’è in Europa le risorse energetiche della Terra in poco tempo sarebbero finite. Riuscire ad evitare le trappole del consumismo e delle mode e questo la crisi, forzatamente, lo sta facendo. In questa crisi si sta ritrovando il gusto delle cose più semplici. Pensate alla risorsa tempo. Nella società industriale si dice “Il Tempo è denaro”. Il tempo è una risorsa che ci viene data per vivere meglio: per lavorare, per avere un contatto con la natura, per le relazioni con gli altri, con me stessa. Una vita più sobria può far rinascere una cultura umanistica dove l’uomo è al centro con tutti i suoi bisogni veri e capire come si può vivere meglio e più felici.
A cura di Marida P.
do semplice ed esaustivo la “semplice complessità” della loro amicizia.