Vera Araujo: Riflessioni e Risposte del Convegno “L’amore vince la povertà”

Sabato 14 marzo, in una gremitissima Sala Docens in Piazza Roma, la professoressa Vera Araujo – sociologa brasiliana, che, fra le prime, ha studiato il carisma dell’Unità da un punto di vista scientifico e che coordina un gruppo internazionale di accademici e non che hanno come sfida la declinazione culturale del carisma di Chiara Lubich, ha affascinato tutti descrivendo come “L’amore vince la povertà”, convegno/ intervista organizzata dalla Comunità del Movimento dei Focolari presente ad Ascoli Piceno, dall’Associazione “Amolamiacittà” e dall’Associazione “B&F Foundation.”

   Professoressa Araujo, nel dopoguerra Chiara ha cercato di risolvere il problema sociale della città di Trento, dove c’erano persone costrette a vivere in grandi ristrettezze economiche proponendo una sorta di inedita “comunione dei beni” come possibile soluzione. Ci puoi spiegare cosa significa? Si tratta di vendere o donare i propri beni ? Chi aderiva a questa proposta come viveva questo aspetto? Era in qualche modo costretto e forzato ?

Nella complessità in cui viConvegno1viamo una persona sola e neanche un gruppo di persone può dare un’indicazione. Io penso che l’avventura umana, spirituale di Chiara sia come un paradigma a cui possiamo attingere per la nostra vita di oggi, di 50 anni dopo quei fatti. E questo non tanto perché quello che Chiara ha fatto o fatto fare è un modello ma perché è un carisma, un dono di Dio all’umanità, un dono di Luce e la luce serve per comprendere la realtà in ogni tempo. Ma quello che si capisce bisogna metterlo in pratica. Tutta la vicenda umana ha queste due dimensioni: di comprensione e di incarnazione. Quindi Chiara ha avuto un carisma da Dio per comprendere e penetrare le sfide della nostra epoca moderna. Risolvere il problema sociale di Trento poteva sembrare un’utopia: ma nasceva dalla riscoperta di Dio come Amore che dà a noi la capacità di amare tutti come Dio ama tutti. Questa riscoperta ha fatto nascere una mentalità nuova, una visione nuova dei problemi. E quali erano i problemi? Il problema era la guerra che metteva le persone nella condizione di bisogno e quindi si è buttata in questa attività che non era un’attività ma era un incarnarsi quello che avevano compreso: per amare Dio occorre amare i prossimi e i prossimi sono questi bisognosi. Chiara ha suscitato nella città di Trento un movimento di condivisione: tanti hanno cominciato a fare la comunione dei beni, liberamente per fraternità e queste persone,in mezzo alla guerra, erano piene di gioia, la gioia di donare e donarsi. La concretezza del progetto ha creato una comunità di intenti, di obiettivi dove il bene comune era più importante degli interessi personali di ognuno. Questa è la vera rivoluzione che Chiara ha suscitato.

   Come è stato possibile armonizzare una comunità composta da persone di diverse estrazioni sociali ?

La diversità siamo portati a vederla come un problema. Se guardassimo da un’altra prospettiva vedremmo che la diversità è una ricchezza perché è la possibilità di scambi. Se fossimo tutti uguali lo scambio non ci sarebbe. Come fare perché questo non sia conflitto ma concordia? Quando c’è sotto, a questa diversità, qualcosa che ci unisce che è più forte di ogni diversità. Nel mondo di oggi in cui vengono così in evidenza le diversità etniche, religiose etc e abbiamo tutti paura di quello che può scaturire in termini di conflitti si deve andare a scoprire quello che ci unisce. Il punto universale è la nostra condizione umana. Siamo tutti esseri umani. E questo è il punto di partenza. Occorre far emergere l’amore che è la cosa che ci accomuna tutti. Tutti sanno amare o non sanno amare ma vogliono amare, o comunque vogliono essere amati. L’amore è la cosa che ci dà la possibilità di mettere insieme le nostre diversità e superare le nostre difficoltà.Convegno

   Nel 2016 un recente studio dice che l’1% della popolazione mondiale possiederà più del 50% della ricchezza. Come poter cambiare questo trend ?

Le crisi possono essere anche qualcosa di positivo: i momenti di crisi sono momenti di scelte, di impegno. Noi viviamo una crisi complessa e non sarà l’azione di un singolo a cambiare questa crisi. E’ un momento di maturazione. La modernità è entrata in crisi: non riesce più a rispondere alle attese, all’ansia. E’ un momento di presa di coscienza da fare non da soli ma insieme. E tutti sono portati a mettersi insieme: le Ong, le Associazioni (..) tutto quello che può la creatività e da questo che può nascere quei segni che matureranno. Non sappiamo quando ma dipende anche da come si risolvono. Normalmente le crisi si risolvono in due modi: o come un’evoluzione in qualcosa di meglio o con una rottura, quando ci sono le rivoluzioni. Tocca alla società, alle persone, alle Istituzioni maturare delle scelte positive, nuove, creative per far si che la crisi sia superata come evoluzione. A questo siamo chiamati oggi ed è una grande responsabilità.

   Quando ci toccano problemi di natura economica e lavorativa siamo spesso portati ad attribuire le responsabilità agli altri (Istituzioni, alla società). Noi nel nostro piccolo non possiamo trovare delle soluzioni ? Il nostro contributo, anche se piccolo, non può essere risolutivo ?

Risolutivo non direi. Importante si. Sono i singoli atti, le singole scelte che fanno si che la società si metta in cammino. Non è stare seduti sulla sedia a pensare di chi è la colpa ma pensare che da questa situazione usciamo solo se ci muoviamo.

   Qual è il compito del volontariato e quello delle Istituzioni nell’intervenire sulla fragilità della società? Quale può essere il giusto rapporto?

Questa spaccatura che si è creata cammin facendo fra la società civile e le Istituzioni è un problema importante. Dobbiamo riuscire a superare la spaccatura fra la società civile come regno della prossimità e delle Istituzioni come norma. Tutto il lavoro della società civile deve coinvolgere le Istituzioni e istigarle ad essere presenti. Dall’altra parte le Istituzioni devono lasciarsi coinvolgere ed andare al di là della norma. Non deve essere la norma ad intralciare la nostra vita ma deve aiutarla. Le Istituzioni devono lasciarsi anche toccare dalla sofferenza della gente e lo fa attraverso la società civile. Se io dico che l’amore deve essere la molla della società civile e quella delle Istituzioni è quella di dare a ciascuno il suo e queste due cose di incontrano qui c’è una potenza formidabile. Riusciremmo a trovare soluzioni ardite, innovative a tutte le fragilità che ci sono nella società.

   Nelle nostre città operano a favore delle “povertà” tante associazioni o organizzazioni di volontariato sia nazionali che locali. Ognuna segue il suo percorso, il suo specifico, spesso senza nessun coordinamento per cui si creano sovrapposizioni, nicchie di competenze, piccole gelosie tutto a scapito dei destinatari di tante energie: i poveri. A parole tutti vorrebbero mettersi in rete ma a fatti non è semplice …… ci puoi dare la chiave di lettura, sotto il profilo sociologico, di questa situazione?

La prossimità con i poveri, non con la povertà, ma con le persone ci dà la possibilità di andare veramente al di là di noi stessi. Il problema è passare dall’egoismo al donarsi all’altro, guardare il volto dell’altro e capire chi è. Se riuscissimo a contaminarci di questa prospettiva allora le piccole cose di gelosie verrebbero superate più facilmente. Si superano quando l’intento, l’obiettivo è più grande. La grande chance è che nella società civile c’è la possibilità della prossimità. Le cose cambiano quando guardiamo negli occhi una persona. Una cosa è sapere che c’è un povero un conto è mettersi faccia a faccia. E tutte le difficoltà, le gelosie vengono superate.

Siamo abituati a considerare il concetto di povertà quasi esclusivamente dal punto di vista economico. La crisi forse ha accentuato questa tendenza. In realtà percepiamo che l’idea di povertà possa essere molto più ampia investendo vari settori della società (le persone sole, le persone abbandonate, tutti quelli che soffrono di una povertà di relazioni). Da questo punto di vista il concetto di povertà sembra strettamente connesso al concetto di amore, cosa pensi al riguardo ?

Dobbiamo smettere di parlare di povertà e parlare dei poveri. Uno dei grandi successi della modernità è il fatto che tutte le persone hanno acquisito la loro dignità e se qualcuno non lo fa viene guardato male dalla comunità internazionale. Questo è un successo della civiltà. Nella realtà sono emersi nuovi poveri: immigrati, emarginati, quelli che non hanno la possibilità di entrare nella vita politica e sociale, gli esclusi, gli sfruttati, coloro che vivono senza possibilità di relazioni. Il Papa nel messaggio della Pace ha parlato degli schiavi: le nuove schiavitù, gli sfruttati dalla malavita organizzata, dai potenti ma anche dall’indifferenza della cittadinanza. Per cui i poveri sono economici, sociali, giuridici (senza diritti). Inoltre sono poveri psicologicamente. Questo richiede una visione più ampia della povertà. E’ qualcosa che ci impegna molto di più. La risposta radicale è la povertà come scelta volontaria. Cosa vuol dire? La povertà è una potenza. Ma la povertà non è la mancanza ma è l’uso giusto, equo, di tutti i beni. Scelta di una vita più sobria e quindi più sostenibile. Occorre rendersi conto che la grande sfida della società industriale che era quella di dare i beni a tutto il mondo è una grandissima illusione. Se voi pensate che se tutti avessero lo stesso tenore di vita che c’è in Europa le risorse energetiche della Terra in poco tempo sarebbero finite. Riuscire ad evitare le trappole del consumismo e delle mode e questo la crisi, forzatamente, lo sta facendo. In questa crisi si sta ritrovando il gusto delle cose più semplici. Pensate alla risorsa tempo. Nella società industriale si dice “Il Tempo è denaro”. Il tempo è una risorsa che ci viene data per vivere meglio: per lavorare, per avere un contatto con la natura, per le relazioni con gli altri, con me stessa. Una vita più sobria può far rinascere una cultura umanistica dove l’uomo è al centro con tutti i suoi bisogni veri e capire come si può vivere meglio e più felici.

A cura di Marida P.

Madre Teresa di Calcutta e Chiara Lubich: Una amicizia affascinante

Tu fai quello che io non posso fare e io faccio quello che tu non puoi fare”. Sono le parole pronunciate da Madre Teresa di Calcutta a Chiara durante uno dei loro incontri. Si tratta di parole che esprimono a pieno la convergenza e la complementarietà di due figure eccezionali; due anime allo stesso tempo profondamente diverse ma incredibilmente simili. Una frase che narra in moFeatured imagedo semplice ed esaustivo la “semplice complessità” della loro amicizia.

Il loro incontro più significativo avviene forse nel 1997 nel quartiere di Harlem a New York dove le missionarie della carità di Madre Teresa, oltre ad aver fondato un convento di suore contemplative, gestiscono una mensa per i poveri ed una casa di cura per malati di AIDS. Chiara si trova là dietro invito dell’ Imam W.D. Mohammed per partecipare ad un incontro presso la moschea che fu di Malcolm X.; una visita che rappresenta una pietra miliare nella storia del dialogo con l’Islam.

Madre Teresa è a letto malata e nonostante il parere contrario dei medici chiede con insistenza di incontrare Chiara. Si salutano come fossero amiche da sempre e instaurano un lungo colloquio parlando dei rispettivi carismi. Madre Teresa descrive a Chiara il suo “quarto voto” che è quello di cercare i “più poveri tra i poveri” e alla fine dell’incontro le dona un cartoncino con queste parole scritte da lei:

Il frutto del silenzio è la preghiera

Il frutto della preghiera è la fede

Il frutto della fede è l’amore

Il frutto dell’amore è il servizio

Il frutto del servizio è la pace.

La loro storia narra una amicizia affascinante che porta al confronto tra due carismi che pur in modo diverso ed in diversi contesti pongono il servizio al prossimo come base di partenza ineliminabile.”Amare, dunque, amare, amare, amare. Perché la vita, ogni vita, ogni stadio della vita, chiede amore. Alla cultura della morte dobbiamo opporre una cultura della vita”. Così dichiarava Chiara a Firenze, dove il 17 maggio 1986, insieme a Madre Teresa, era stata chiamata a dare una testimonianza alla giornata “Ogni vita chiede amore”.

Nel dicembre del 2011 viene assegnato alla memoria di Chiara il premio europeo per la vita intitolato a Madre Teresa di Calcutta. Riportiamo qui di seguito il discorso tenuto dalla presidente del Movimento dei focolari, Maria Voce

Signor Presidente, On. Carlo Casini, Sua Eminenza, Card. Antonelli, Signor Sindaco, Signore e Signori,

in primo luogo vorrei esprimere il più vivo ringraziamento al Movimento per la Vita, che oggi vuole ricordare Chiara Lubich, assegnandole questo importante riconoscimento. Ed è bello che avvenga proprio in questa sala che l’ha vista presente in più occasioni.

La persona e l’opera di Chiara Lubich possono essere guardate da mille prospettive, ma certo quella di oggi è particolarmente confacente, poiché mette in luce il suo contributo alla tutela dei diritti dell’uomo.

Possiamo chiederci: cosa ha mosso la giovanissima maestra di Trento, durante la seconda guerra mondiale, a dar vita, quasi senza rendersene conto, ad un vasto Movimento che ormai ha raggiunto uomini e donne delle più diverse nazioni, culture, fedi? L’amore. L’amore verso Dio e l’amore verso l’uomo, ogni uomo. Il Vangelo vissuto, Parola per Parola, ha fatto scoppiare nella piccola realtà trentina una vera rivoluzione: “Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi 2 miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me, “legge Chiara nel Vangelo. Lo scoprire il volto di Gesù in ogni persona ha elevato l’uomo alla sua vera dignità, e ha spinto Chiara e le sue compagne a quell’amore pronto anche a dare la vitaper i fratelli.

E così, l’aiuto ai più poveri è stato il primo prorompente effetto di ciò, a tal punto che pensavano che,risolto il problema sociale di Trento, avrebbero risolto tutto. Il loro atteggiamento di piena condivisione nei confronti dei più disagiati – li invitano anche a pranzo e per loro scelgono la tovaglia, le stoviglie ed i cibi migliori – è stato il banco di prova dell’amore universale verso tutti che avrebbe portato poi il Movimento a raggiungere gli ultimi confini. Dal primo momento i poveri rispondono,condividendo il poco che hanno, o quello che non hanno. È la reciprocità la chiave per comprendere come sia stato possibile mettere le basi a questo bozzetto di società rinnovata dalla vita del Vangelo che si è andata componendo prima a Trento e poi nel mondo.

L’ideale che anima Chiara non si rivolge però solo ad una categoria di persone, come i poveri, ma ben presto si allarga a tutti. Il disegno di Dio sull’uomo è una vita che inizia flebile e indifesa, cresce e si afferma nell’interazione con le creature e il creato, supera la morte ed entra nella perenne novità della condizione divina, per diventare e vivere da “figlio di Dio”.

Tutti gli uomini sono figli di Dio e quindi fratelli fra di loro; e Chiara lavora perché nel mondo si realizzi la fratellanza universale. Lo fa per oltre 60 anni, non tanto proclamando a voce i diritti dell’uomo, quanto suscitando in più uomini e donne possibile uno stile di vita “evangelico”, che ha come necessaria conseguenza il rispetto dell’uomo e dei suoi diritti. Proprio da questa vita, dei singoli e delle comunità, sono fiorite e continuano a fiorire migliaia di opere in favore dei diritti umani, tipica espressione di questo amore all’uomo.

Ricordo per tutte la ONG nata in seno al Movimento dei Focolari: AMU (Azione per un Mondo Unito), che sostiene molte di queste opere e che lavora assieme ai destinatari degli aiuti, rendendoli attivi, protagonisti dei progetti di sviluppo creati insieme. Il Movimento dei Focolari, nato nel 1943, sembra quasi precorrere la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo (1948), che all’articolo 1 afferma: “Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza”. Tanto che, quando, nel 1998, il Consiglio d’Europa assegna a Chiara il “Premio per i diritti dell’uomo”, l’on. Leni Fisher, presidente dell’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa, le si rivolge così: “Signora Lubich, lei ha dimostrato come una persona straordinaria possa avere un impatto sul mondo, non cercando ruoli politici e accumulando ricchezze, ma con un lavoro incessante, una convinzione profonda ed una visione chiara della sua missione. Lei ci ha ricordato che la parola ‘bisogni’ è una dimensione troppo spesso dimenticata quando parliamo di diritti. Con la sua insistenza sulla necessità di rispettare gli altri e di accordare la stessa dignità a tutti: individui e popoli, lei non ha mai cessato di ricordarci che la politica, che può così facilmente perdere di vista i suoi scopi fondamentali a causa della complessità delle pressioni, esiste tuttavia per servire il popolo”

È stato proprio il “lavoro incessante” e la “convinzione profonda” con cui Chiara ha formato migliaia e migliaia di persone che ha permesso di innestare nella società quella linfa nuova che, magari pian piano, senza strepito, la cambia alla radice, portando i suoi membri a superare la “categoria del nemico”, ad “amare la patria altrui come la propria”, a guardare l’altro sempre come fratello, a rispettare la vita, in ogni momento.

Per questo Chiara ha guardato con un’attenzione particolare alle famiglie. “Nella famiglia – diceva nel suo messaggio al Familyfest nel 93 – la vita dell’altro èpreziosa quanto la propria, talvolta più preziosa della propria; ci si preoccupa della salute di tutti e ci si fa carico di chi non sta bene. È lì che naturalmente si accende e si spegne la vita, che trovano accoglienza, affetto e cura il diversamente abile, l’anziano e il malato terminale”.

E come avere sempre questa disposizione? Come influire sugli orientamenti e sulle scelte politiche e socialidei singoli e dei popoli? “Per chiunque si accinga oggi a spostare le montagne dell’odio e della violenza – ha affermato Chiara alle Nazioni Unite -, il compito è immane e pesante. Ma ciò che è impossibile a milioni di uomini isolati e divisi, pare diventi possibile a gente che ha fatto dell’amore scambievole, della comprensione reciproca, dell’unità il movente essenziale della propria vita”3

Sono tante le pagine della storia di Chiara che Leni Fisher, Cerimonia di consegna del “Premio Europeo dei diritti dell’uomo 1998”, Strasburgo, 22 settembre 1998.

Chiara Lubich, “Verso l’unità delle nazioni e l’unità dei popoli“, Sede delle Nazioni Unite (New York), 28 maggio 1997 potremmo ricordare oggi, ma il premio, intitolato a Madre Teresa, ci rimanda a quel 17 maggio 1986, quando queste due straordinarie donne si sono trovate insieme, a Firenze, proprio al Convegno del Movimento per la vita, a parlare della vita, a valorizzare ogni vita, mostrandoci come essa è sempre degna di essere vissuta e lanciando un appello attraverso la loro testimonianza. Ma non posso non pensare anche all’impegno personale di Chiara, iniziato dagli anni ‘70, quando auspicava e incoraggiava la costituzione di un movimento per la vita, sentendolo necessario per suscitare iniziative specifiche in questo ambito, sia sul piano culturale, che politico, o sociale. Proprio da questa spinta di Chiara è nata in tutta l’Italia la collaborazione, spesso silenziosa e discreta ma sempre preziosa e costruttiva, da parte di membri del Movimento dei Focolari al Movimento per la Vita e ai Centri di Aiuto alla Vita.

Mi auguro che quei principi che hanno caratterizzato allora la nascita del Movimento per la Vita siano sempre vivi e fonte di luce e di continua ispirazione per l’avanzare di tale nobile necessaria e più che mai impegnativa iniziativa.

Ringrazio dunque di questo Premio in memoria di Chiara Lubich. Lo faccio con gioia anche a nome di tutto il Movimento e sento così di sostenere coloro nel nostro Movimento – e sono tanti – che scelgono di svolgerequesto servizio a difesa della vita fin dal suo concepimento, non solo come impegno personale ma anche come espressione del Movimento dei focolari e del suo ideale di unità e di fraternità, nello sforzo di affrontare gli attuali problemi etici di notevole rilievo e di discernere, alla luce del carisma dell’unità e dell’insegnamento della Chiesa, posizioni chiare, anche se controcorrente, rispetto a molteforme diffuse di pensiero “relativistico”. Nel Convegno a Firenze dell’86, già ricordato, Chiara ha evidenziato come “il mondo, che languisce spesso per il timore della vita, che s’agita per sopprimere la vita, ha bisogno dell’amore, ha un’urgente necessità diun’invasione d’amore”6

E vorrei concludere con il suo augurio in quell’occasione:

“Usciamo [da qui] col proposito di fare della nostra vita un solo atto continuato d’amore verso ogni prossimo”, verso ogni vita!

Grazie.

Ecco alcune domande di approfondimento del tema “L’amore vince la povertà”

Riportiamo di seguito alcune domande proposte alla prof.ssa Vera Araujo sul tema “L’amore vince la povertà – l’esperienza sociale di Chiara Lubich” come punto di partenza di sviluppo dell’incontro che si svolgerà Sabato prossimo 14 Marzo 2015 presso la Sala Docens di Ascoli Piceno.

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Nel dopoguerra, Chiara ha cercato di risolvere il problema sociale della città di Trento, dove vivevano persone costrette a vivere in grandi ristrettezze economiche, proponendo una sorta di inedita “comunione dei beni” come possibile soluzione.

Ci puoi spiegare cosa significa ? Si tratta di vendere o di donare i propri beni ? Con quale criterio ?

Chi aderiva a questa proposta come viveva questo aspetto ? Era in qualche modo costretto e forzato a fare la scelta di vendere o donare i propri beni agli altri o a metterli in comune ?

Come si è riusciti a fare in modo che, come dice la stessa Chiara: “tutto era in comune e non c’erano tra loro indigenti” senza recar danno a se stessi o alla propria famiglia ?

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Come è stato possibile “armonizzare” una comunità composta da persone di diversa estrazione sociale. Come si è riusciti ad unire persone più abbienti e persone che vivevano in ristrettezze economiche a volte drammatiche? Non si creavano problemi, invidie, conflitti, scontri sociali, dissidi, incomprensioni, gelosie, … ? Come si è riusciti a conciliare le diverse esigenze delle persone ?

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A gennaio scorso, il rapporto della Oxfam presentato al World Economic Forum di Davos mette in evidenza che nel 2016, l’1% della popolazione mondiale possiederà più del 50% della ricchezza. Verrebbe da dire che è proprio vero che “E’ più facile che un cammello passi per una cruna di un ago, piuttosto che un ricco entri nel Regno dei Cieli”.

Per esempio, secondo dati Istat elaborati dai Centri Studi di Cna e Cgia, una famiglia su quattro della regione Marche (più di 156.000 famiglie) non riesce o è in ritardo nel pagare le bollette e di queste più dell’8% (53.600 famiglie) vive al di sotto della soglia di povertà. Tu che ne pensi ? Come poter cambiare questo trend così negativo?

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Quando abbiamo problemi e difficoltà che ci toccano da vicino, soprattutto di natura economica o lavorativa, siamo spesso portati ad attribuire la responsabilità a qualcun altro; alle istituzioni pubbliche, alla società…ecc.

Molte volte non troviamo la forza di reagire e rimaniamo passivi aspettando che questi vari “qualcun altro” risolvano i problemi al posto nostro.

Ma noi nel nostro piccolo non possiamo trovare nostre soluzioni? Il nostro contributo, anche se minimo, può essere risolutivo ?

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Sappiamo che ad un certo punto del suo percorso umano e spirituale, Silvia Lubich ( era questo il nome anagrafico) assume il nome di “Chiara” in omaggio a Santa Chiara di Assisi. Da quel momento tutti la conosceranno con questo suo “nome nuovo”. Sapresti dirci qualcosa in più su questo argomento?

Quale è il rapporto spirituale che lega queste due figure e quali sono le eventuali diversità nell’approccio nei confronti della povertà?

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Abbiamo letto dell’amicizia che legava Chiara e Maria Teresa di Calcutta. Si tratta di un rapporto che desta un certo fascino. Ci potresti dire qualcosa di più ?

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Qual è il compito del volontariato e qual è quello delle istituzioni nell’intervenire sulle fragilità della attuale società occidentale. Quale può essere il rapporto giusto tra queste due realtà affinché ognuno mantenga il proprio ruolo e non si sostituisca all’altro.

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Nelle nostre città operano a favore delle “povertà” tante associazioni o organizzazioni di volontariato sia nazionali che locali. Ognuna segue il suo percorso, il suo specifico, spesso senza nessun coordinamento per cui si creano sovrapposizioni, nicchie di competenze, piccole gelosie tutto a scapito dei destinatari di tante energie: i poveri. A parole tutti vorrebbero mettersi in rete ma a fatti non è semplice …… ci puoi dare la chiave di lettura, sotto il profilo sociologico, di questa situazione ?

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Siamo abituati a considerare il concetto di povertà quasi esclusivamente dal punto di vista economico. La crisi forse ha accentuato questa tendenza. In realtà percepiamo che l’idea di povertà possa essere molto più ampia investendo vari settori della società (le persone sole, le persone abbandonate, tutti quelli che soffrono di una povertà di relazioni). Da questo punto di vista il concetto di povertà sembra strettamente connesso al concetto di amore, cosa pensi al riguardo ?

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Ha senso parlare di crisi economica quando solo in Italia si spendono circa 100 miliardi di euro ogni anno in gioco d’azzardo ?

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Se vuoi proporre ed approfondire qualche aspetto o fare una domanda alla prof.ssa Vera Araujo, contattaci tramite il blog. Grazie

Il sogno: “Risolvere i problemi sociali della città”

La recente apertura della Causa di Beatificazione di Chiara Lubich ha indubbiamente evidenziato l’importante ruolo che questa donna ha rivestito nell’ambito della Chiesa cattolica. Fin qui non abbiamo affermato nulla di originale, ma il desiderio di offrire ulteriori riflessioni in proposito ci sprona ad “andare oltre” e focalizzare l’attenzione su almeno tre aspetti fondamentali e forse meno evidenti.

In prima istanza va sottolineato come in pochissimi anni, le idee e le intuizioni della Lubich abbiano oltrepassato i confini dell’Italia per attecchire in tutto il mondo proponendo un continuo dialogo con qualsivoglia tipo di cultura e religione. Basti pensare che il Movimento dei Focolari raccoglie tra i membri attivi e simpatizzanti un nutrito folto di cristiani di diverse chiese, musulmani, buddisti, altri credi religiosi nonché persone che non si riconoscono in alcun credo religioso. Basterà citare a riguardo, la toccante dichiarazione di Pharamata Thongratana, monaco buddista, intervenuto al funerale di Chiara: “Dico sempre (..) che mamma Chiara non appartiene più a voi cristiani solamente, ma ora lei e il suo grande Ideale sono eredità dell’umanità intera”. In una realtà odierna caratterizzata da lacerazioni e incomprensioni e sempre più inquinata da una velenosa cultura della diffidenza, si rivela più che mai attuale questa capacità di utilizzare l’insegnamento evangelico per avviare ovunque un rapporto di fraternità e fiducia reciproca

In seconda analisi vogliamo mettere in luce come dalle stesse intuizioni abbia preso il via una vera e propria primavera intellettuale che si è resa protagonista di innumerevoli iniziative in campo culturale ed ha raggiunto il suo apice nella recente nascita di una università. Stiamo parlando di una novità in continua evoluzione che sta coinvolgendo ogni ambito dello scibile avvalendosi di una produzione scientifica molto articolata e seguita con interesse in ambito accademico.

Ma ciò che in questo contesto vogliamo mettere maggiormente in risalto è l’apporto di Chiara Lubich in campo sociale. L’avventura di Chiara inizia con un sogno: “Chiara avrebbe voluto risolvere i problemi sociali della città”. Attraverso la prassi apparentemente semplice di mettere in pratica alcune semplici frasi del vangelo lei da il via ad una sorta di “carità organizzata” in cui ognuno donava ciò di cui poteva privarsi senza recar danno a se stesso o alla sua famiglia. Lo scopo, come la stessa Chiara ha affermato più volte, era arrivare a far sì che tra loro non ci fosse più alcun indigente. Una vera rivoluzione, insomma, che nel tempo ha assunto una abito culturale ben preciso sfociando nella recente iniziativa della Economia di Comunione. Anche in questo caso l dialogo continuo con altre realtà che si occupavano degli stessi problemi risultava essere centrale, vedasi ad esempio il rapporto di collaborazione, stima e profonda amicizia con personaggi come Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant’Egidio o Madre Teresa di Calcutta. Dedicheremo a quest’ultima ed al suo rapporto con Chiara ampio spazio su questo blog.

Ed è proprio per parlare di queste cose, che, il 14 marzo prossimo, alle ore 17 si terrà presso la sala Docens di Ascoli Piceno, una conferenza/ dibattito dal titolo “L’amore vince la povertà nell’esperienza sociale di Chiara Lubich”.

Sarà presente in veste di relatore la prof.ssa Vera Araujo, sociologa di origine Brasiliana ed una delle prime persone del continente americano a condividere questa rivoluzione sociale e culturale. Da più di 15 anni la prof.ssa Araujo coordina un gruppo di sociologi, assistenti sociali e studiosi del sociale che in collaborazione con varie università del mondo approfondiscono in modo critico l’apporto socio-culturale fornito dalle Idee di Chiara. Metteremo sul blog le domande che abbiamo formulato ed inviato per condividerle con tutti e per mettere in evidenza quali sono le richieste nel cuore di ciascuno che vorrebbero essere affrontate. Si tratta, per la città di Ascoli di una occasione esclusiva capace di coniugare un indiscusso e affascinante aspetto culturale con le sempre più pressanti esigenze sociali di un territorio come il nostro, sempre più alle prese con le problematiche di disoccupazione e di relativa povertà.

Questo blog nasce per l’appunto con lo scopo di diffondere e condividere il più possibile questa nuova “Cultura di fraternità”.

L’amore vince la povertà

“L’amore vince la povertà” nell’esperienza sociale di Chiara Lubich – Serva di Dio. Sarà questo il tema che la prof.ssa Vera Araùjo – sociologa – tratterà sabato 14 marzo alle ore 17,00 presso la Sala Docens di Ascoli Piceno. Sarà un incontro di condivisione dell’esperienza vissuta da Chiara Lubich, insieme alle persone a lei più vicine, per alleviare le sofferenze del dopoguerra della seconda guerra mondiale. Un modo semplice ed immediato di vivere la carità e la fraternità, sconcertante per alcuni aspetti. Attuabile per i nostri tempi ? Riteniamo di sì. Invito tutti a partecipare Marco